mercoledì 26 settembre 2012

Geolocalizzazione, Social Web e Foursquare: il mio contributo "open"

Il tema "Geolocalizzazione e Social Web" è stato seguito e approfondito dal sottoscritto, nel corso degli ultimi due anni, su questo blog (la miriade di articoli sull'argomento lo dimostra!) e sul resto degli spazi sociali che gestisco ed animo (Facebook e Twitter su tutti).

I più attenti di voi inoltre sanno che proprio "Geolocalizzazione e Web Sociale: il caso Foursquare" è stato il titolo della tesi, discussa a Marzo 2012, che mi ha permesso di conseguire una Laurea Magistrale in Scienze e Tecnologie dell'Informazione e della Comunicazione con il massimo dei voti.

Come scrissi a quel tempo, si tratta di...
Una ricerca che parla di Social Web, costruita nel Social Web, con gli strumenti del Social Web.
E che, aggiungo ora...

Solo sul Web può andare a finire!

E quindi, da oggi, per circa due mesi e mezzo (se i miei calcoli sono esatti), più o meno tre volte alla settimana, ho deciso di ridistribuire i contenuti della mia ricerca, paragrafo per paragrafo, pubblicamente e gratuitamente su un nuovo spazio dedicato:


QUI trovate una spiegazione abbastanza dettagliata sui motivi che mi hanno spinto a questa decisione.

QUI
ci sono le "istruzioni per l'uso" che indicano le modalità ideali di fruizione del contenuto pubblicato e tutto quello che potete fare con il materiale che troverete all'interno del sito.

E questa è una presentazione dello studio, così magari capite esattamente i punti che verranno toccati e se può essere interessante per voi seguire il progetto.



Ci vediamo di là...


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lunedì 24 settembre 2012

A proposito di... "esperimenti di social logout"

Sicuramente avrete notato come una delle mosse del momento da parte dei protagonisti del nostro settore sia quella di prendere la "sofferta" decisione di alienarsi dai social network (o da Internet, o solo da Facebook, a seconda delle versioni!) per qualche tempo per poi avere l'occasione di riempire pagine e pagine di (pseudo) sociologia per raccontare questa dura esperienza da condividere con il resto dell'umanità. D'altronde qualcuno si deve pur sacrificare...

Devo ammettere che tutto ciò, fin dai primi illustri tentativi, mi ha sempre fatto sorridere. Credo soprattutto per l'enfasi da reality show con cui vengono condite (editorialmente e non) tali fenomenali "imprese".


Poi, uno di questi ultimi giorni, la chicca. Un'email di cui condivido un piccolo ma significativo stralcio, con l'unico obiettivo di sorridere insieme.

Conclusione del primo esperimento di social logout "si può vivere senza Facebook?" 
"Dopo nove mesi di “ibernazione” del suo account Facebook, si connetterà nuovamente al social network, verificando così, se esiste effettivamente una possibilità di “rinascita digitale”. 

Ebbene, grazie alla mia illustratrice di fiducia, ho deciso che cotanto "esperimento di social logout" meritasse almeno di essere immortalato nella nostra collezione.

clicca sull'immagine per ingrandire

ps: io quando ho staccato (e non solo dai social network), l'ho fatto per un motivo molto più banale...

ps2: ho un paio di amici che non si sono neppure mai iscritti a Facebook. Che dite, organizziamo un evento?

Che sempre allegri bisogna stare... ;-)


Fonte immagine in alto: http://www.flickr.com/photos/smemon/4441972048


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mercoledì 19 settembre 2012

La strana idea che comprare tweet possa servire a qualcosa

Non so esattamente il motivo ma nelle ultime settimane mi sono trovato spesso dinnanzi alla questione "acquisto di tweet" come possibile panacea per una penetrazione virale assicurata per iniziative promozionali.

Mi è capitato anche che aziende o professionisti (di altri settori) con cui collaboro si lasciassero andare a precise richieste dirette proprio in questa direzione... "perché non ci compriamo po' di tweet da utenti che hanno migliaia e migliaia di follower? In questo modo sai che pubblicità ci facciamo!"

Dal momento che una richiesta come questa sta smettendo di rappresentare il classico "caso isolato" e sta cominciando a prendere piede anche tra chi non è proprio a digiuno di Web, mi sono posto il problema che forse siamo dinnanzi ad una distorsione percettiva sulla reale utilità di iniziative di questo tipo e che quindi fosse necessario suonare il campanello d'allarme su questa ulteriore degenerazione del social web.

Poi stamattina sul blog di Massimo Cavazzini un'ulteriore conferma...
Prendi un po’ di utenti twitter, rigorosamente di sesso femminile, e dà loro qualche template tra cui scegliere ma il cui messaggio è univoco: quanto è sexy la voce di Stefano Accorsi nello spot della Peugeot 208. Poi dà loro 25 euro per twittare. Ecco il risultato:

Voglio subito chiarire che non è mia intenzione "gettare la croce addosso" alle utenti di Twitter che hanno deciso di partecipare all'iniziativa promozionale. Probabilmente lo avrei fatto anche io (per un messaggio consono con il mio target e le mie idee) e non reputo questa la sede idonea in cui discutere di etica e di deontologia professionale.


Ciò che invece mi sta a cuore evidenziare sono i motivi per cui un'iniziativa di questo genere non ha proprio senso dal punto di vista strategico.

Se vuoi promuovere un contenuto ci sono strumenti molto più efficaci e a costo nettamente inferiore che quel 25€ a CPC (costo per clic, o meglio detto per view in quanto parliamo di un video!), a partire dai Promoted Post (o eventualmente Sponsored Stories) di Facebook, gli stessi Promoted Tweets di Twitter, oppure strategie di Web advertising su YouTube (appoggiate a Google Adwords).

"Pagare un utente di Twitter per scrivere un cinguettio pilotato è diverso dal pagare una piattaforma per promuovere lo stesso contenuto perché nel primo caso sembra una cosa naturale" potreste obiettare, o almeno questa è una delle obiezioni che mi hanno posto i miei contatti.

In realtà non è proprio così, in quanto per esempio in questo caso specifico il disclaimer che indica la "commercialità" del post è evidente (quel #sponsored presente in ogni singolo cinguettio) e (aggiungo io) dovrebbe sempre esserlo, come accade in Inghilterra e USA (su questo specifico argomento vi invito a seguire la discussione con Gianluca Diegoli che parte da questo tweet).

Passando ai risultati, tralasciando volutamente finezze quali l'artificialità del messaggio (nel caso specifico erano proposti 2/3 template preconfigurati, quindi nemmeno l'ombra di uno sforzo creativo) basta dare un'occhiata di insieme, anche senza esagerare nell'andare in profondità con la ricerca, per rendersi conto subito che l'iniziativa non ha portato i risultati sperati (sperati da chi l'ha proposta o forse solo da chi l'ha accettata!). Di viralizzazione neanche l'ombra e visualizzazioni del video inchiodate a quota 600 (proprio 600 non 600 mila o 600 milioni!).

A questo punto non posso che unirmi a Massimo Cavazzini nella sua richiesta, che giro anche a voi desideroso di approfondire insieme...
Mi piacerebbe davvero sapere quale fosse lo scopo dell’iniziativa: sono convinto che il cost per click del video linkato nei tweet su media diversi sia inferiore a quello ottenuto su Twitter. In altre parole, non solo l’attività non ha senso dal punto di vista della strategia social, ma è anche uno spreco di soldi.

p.s. come al solito... nuovi strumenti e vecchi paradigmi.

Update: incredibile ma vero, pur citando casi differenti ed occupandosi prevalentemente delle celebrità anche Riccardo Scarascia parla dello stesso argomento per Young Digital Lab

Fonte immagine: http://www.flickr.com/photos/alexpgp/3609715516


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lunedì 17 settembre 2012

Social Commerce: il valore economico di una condivisione d'acquisto

E' piuttosto chiaro che una delle possibilità che impone alle aziende (almeno) una riflessione sull'attivazione di strategie di social commerce sia l'opportunità di rendere noto e (condi)visibile uno specifico acquisto di un cliente nei confronti del suo network di contatti personali (e/o professionali), con lo scopo di influenzarne le scelte presenti e future.

Una dinamica semplice semplice del tipo: "Se John che è un mio caro amico, che ha buon gusto, e per di più su tante cose la pensa come me si è comprato il prodotto X, quando mi troverò a dover comprare un prodotto della categoria di X probabilmente opterò proprio per X".

Qualche tempo fa, ponendomi il quesito tanto diretto quanto saliente "vendere su Facebook è consigliabile oggi in Italia?", scrissi:
(Si) Perché si può pensare di rendere l'esperienza di acquisto più "sociale" sia per l'utente sia per l'azienda. Grazie alle dinamiche ormai consolidate di Facebook (like, share, amcizia) e alla sempre maggiore "profondità" dell'Open Graph si può dare libero sfogo alla fantasia riguardo le possibilità di personalizzazione e di integrazione dell'acquisto con altre iniziative volte ad amplificarne l'impatto nei confronti dei propri contatti (penso per esempio a sponsered stories e a contest specifici).

Partendo da un presupposto del genere e integrandolo con la voglia di calcolare il social media marketing, uno dei trend più caldi del momento, non mi stupisco di assistere a pubblicazioni di ricerche (o per meglio dire, tentativi di ricerca!) che cercano di quantificare il valore economico di una condivisione d'acquisto a seconda del social network utilizzato (il fatidico "Io ho comprato X" pubblicato su Facebook, Twitter, Pinterest o altrove).

Zappos, negozio online di abbigliamento e calzature acquistato da Amazon nel 2009, attraverso il portavoce del suo laboratorio sperimentale di social care e design, ha fornito una serie di dati interessanti sulla questione (dopo aver spinto sull'integrazione tra sito ecommerce e vari social network, tra cui anche Pinterest):
Zappos users were 13 times more likely to share a purchase on Pinterest than on Twitter and 8 times more likely to share on Facebook than Twitter. 
Even so, posts on Twitter brought in the most revenue -- an average of $33.66 an order -- while Facebook posts garnered $2.08 per order and sales from Pinterest were 75 cents on average
Even if a person has 100,000 followers on Pinterest and she pins something to a board called ‘Stuff I Love,’ that’s not as big a deal as an endorsement tweeted to 10,000 followers. 
da Bloomberg.com
Secondo i calcoli del team di Zappos quindi  a Twitter spetterebbe il più alto valore come strumento di condivisione dell'acquisto (addirittura 33 dollari a post), una pubblicazione su Facebook porterebbe in dote un po' più di 2 dollari mentre un post su Pinterest circa 75 centesimi di dollaro (a mio modesto parere ci sarebbe poi da tenere conto, nello specifico, del numero totale di condivisioni, andando a "complicare" un po' i calcoli...).

Tralasciando il caso specifico di Zappos ed i numeri espressi (comunque interessanti e diversi dal solito "calcolo del valore di un utente social"), mi sembra che una testimonianza di questo genere possa far percepire alle aziende impegnate nella (o interessate a...) vendita online l'importanza dell'accostamento di una strategia di social media marketing alle attività di commercio elettronico, se non per la vendita diretta quanto meno per approfittare della spinta dei network personali dei propri clienti.

Che ne dite?


fonte immagine: http://www.flickr.com/photos/epsos/4444576795



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mercoledì 12 settembre 2012

Facebook, storie e migrazioni

Ancora prima del "Like", anche prima del boom del mobile, quando l'idea dell'Open Graph era forse solo nella testa di Zuckerberg e Instagram non era neppure nato...

Facebook aveva già vinto.

Il colosso blu è riuscito infatti in un'impresa titanica che nessun altro strumento ha neanche lontanamente sfiorato: quella di trasporre ("schedare" direbbero i maligni) tutte le relazioni delle persone con amici, parenti, colleghi e conoscenti, al di là del tempo e dello spazio, in un'unico gigante database, consultabile dall'esterno solo parzialmente, in aggregato (e "meno male" aggiungo io) e anche a pagamento (se dico "campagne profilate" avete già capito, vero?).

E quando le persone dentro al database cominciano ad essere una percentuale rilevante della popolazione mondiale (facciamo il 10% stando bassi?) ecco che questa vittoria diventa schiacciante, a prescindere dalla quotazione in borsa, dal modello di business e da tutto il resto.

Oggi sono rimasto davvero colpito da una semplice "interrogazione" di questa enorme base di dati con l'obiettivo accademico di mappare i legami di amicizia tra utenti di diverse nazioni del globo.
Technology bridges distance and borders. Individuals today can keep in touch with their friends and family in completely new ways — regardless of where they live. We explored these international connections through Facebook and found some trends — some predictable, some wholly unexpected, and some still inexplicable.
E così oltre a riflettere su legami di amicizia comprensibili (per esempio tra francesi immigrati e le famiglie nelle ex colonie), altri un po' meno (il rapporto tra Congolesi e Ecuadoregni che radici ha?) ed altri ancora che fanno sorridere (i tanto canzonati Belgi sono al primo posto per i Francesi!), capisci di trovarti di fronte ad un quadro geopolitico di tutto rispetto che fotografa anche i flussi migratori degli ultimi decenni. Con incredibile precisione.
Immigration is one of the strongest links that seems to bind these Facebook neighbors, as thousands of people pour over borders or over seas, seeking jobs or fleeing violence, and making new connections and maintaining old friendships along the way. Economic links, through trade or investment, also seem to be strong predictors of country connectedness. And finally, one of the most overwhelming trends we found as we explored this graphic is the strong tie that remains between nations and their former colonizers, whose continued linguistic, cultural, and economic ties still echo today.
Facebook Stories. Anzi storie e basta direi. E poi mi vengono a parlare di dicotomia tra reale e virtuale...


p.s. ne abbiamo discusso anche oggi su Facebook


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martedì 11 settembre 2012

Il coraggio di socializzare il male

Mi ha davvero colpito la vicenda di Salvatore Iaconesi...


... che ho scoperto nel magistrale articolo di G.B. Artieri sull'argomento...
Ed è riduttivo pensarlo solo come un tentativo di cercare una cura fisica al suo male, come molti media la stanno trattando e tratteranno. Non è solo questo.
È qualcosa di più e di diverso. È il coraggio di socializzare il male e farne materiale da trattare a partire dalle nostre sensibilità e competenze. È un modo di fare del suo male un’occasione di irritazione produttiva, costringendoci a pensare facendo.

In un momento "così e così" del social web (onesta opinione personale) un fulmine a ciel sereno.

E soprattutto un'opportunità. Per tutti.


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venerdì 7 settembre 2012

Ciascuno a suo modo...

Credo che ognuno degli abitanti di questo palcoscenico dei paradossi, spettacolare ma scivoloso, democratico ma manipolabile, collaborativo ma nevrotico, che è il social web sia chiamato a fare la propria parte affinché questo giocattolo non si rompa.

A ciascuno, a suo modo, sia come individualità sia come comunità, "tocca qualcosa" in termini di presa di coscienza e di consapevolezza rispetto a quella che dovrebbe essere considerata, a tutti gli effetti, un'estensione dell'educazione civica.

Alle aziende... la verità.

Ai blogger... la qualità.

Ai giornalisti... il fact checking.

Ai marketer... l'ecologia dell'informazione.

Ai politici... il dialogo.

A tutti gli altri... almeno un minimo di buon senso.

Utopia o meno (in rigoroso ordine alfabetico) non credo che si possa più rimandare.


immagine in alto: http://www.flickr.com/photos/iguanajo/


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mercoledì 5 settembre 2012

L'ennesima dimostrazione che il "social" è una possibilità

Qualche giorno fa ho scritto un post sulla scelta ben precisa e apparentemente vincente di Ryanair di ignorare deliberatamente i social network, ogni forma di social media marketing e customer service online, interrogandomi (ed interrogandovi) sulla bontà di questa decisione.

Molto interessanti le risposte che sono pervenute al sottoscritto attraverso i vari canali e che hanno permesso di ampliare la riflessione (ne riporto alcune di seguito).








Come era prevedibile si sono creati due "schieramenti" piuttosto netti con, da un lato, chi considera le lacune di Ryanair come preludio di future sventure, e chi invece valuta la scelta dell'azienda come indispensabile visto soprattutto l'obiettivo "supremo" di riduzione dei costi.

Per arricchire ulteriormente la discussione mi sembra pertinente proporre l'esempio di chi invece sta percorrendo una via diametralmente opposta a quella di Ryanair: sto pensando a KLM che invece sta spopolando online con una serie di iniziative estremamente sociali (abbiamo discusso anche da queste parti di KLM Surprise) tra cui l'ormai celebre social customer care...

All’interno di una stra­te­gia glo­bale che evolve anche in rela­zione alle richie­ste dei clienti — con cui la com­pa­gnia è riu­scita a instau­rare un dia­logo con­ti­nuo, tra­spa­rente e effi­cace — KLM ha da subito con­so­li­dato uno dei pila­stri fon­danti le sue poli­ti­che: il custo­mer ser­vice. Quello vero. Come? Inte­gran­dolo con Face­book e Twit­ter, dando ai pas­seg­geri la pos­si­bi­lità di essere ascol­tati, con­si­gliati e aiu­tati 24 su 24, 7 giorni su 7 tutto in real time, in olan­dese, inglese e spa­gnolo, con atten­zione e rispetto alla pri­vacy e ai dati sen­si­bili (dal pro­filo Twit­ter “while we keep you upda­ted, we’re happy to be at your ser­vice 24/7. For your pri­vacy, please tweet per­so­nal details in a DM only.”). La cosa inte­res­sante è che que­sto custo­mer ser­vice inte­grato è uno dei migliori, niente “fuffa” rispo­ste vere. Lo stesso van der Zee in un’intervista a Sym­ply­Fly­ing spiega che i clienti non pre­ten­dono grandi cose, ma vogliono ser­vizi che fun­zio­nano “No fancy stuff. Just make it work.”

da "KLM: social customer service" di F.Concina su Marketing Arena.

In questo caso potremo tranquillamente ribaltare la domanda che ci siamo posti qualche giorno fa su Ryanair, chiedendoci con la medesima severità...

"ha bisogno una grande azienda, come KLM, di investire ingenti risorse in iniziative di social media marketing e social customer care per aumentare il fatturato e generare business?"


Per restare pragmatici occorre dire che la situazione economica di Air France - KLM, dopo alcuni mesi di difficoltà sembra registrare (per il poco che ne capisco) un qualche miglioramento per quanto riguarda i ricavi.

Che cosa dobbiamo quindi dedurre da questo paragone?

Che concentrarsi su iniziative di social media marketing non è un obbligo. Che il marketing sociale non è una verità assoluta, ma un'ulteriore possibilità di comunicare con i propri clienti attuali e potenziali.

E da che cosa dipende la "grande decisione" Social Media Marketing SI o NO?

Dipende da una serie di fattori che non possono prescindere da un'analisi estremamente attenta di obiettivi e risorse che stanno a monte di queste strategie.

Tornando all'esempio pratico, Ryanair può permettersi, per il momento, di ignorare tutto ciò che emerge dai social network poiché sarebbe troppo dispendioso per le sue politiche di taglio netto dei costi avere un team dedicato a ciò (circa 35-40 risorse umane sono impegnate in KLM nel Social Media Team!). L'obiettivo di Ryanair è chiaramente quello di mantenere al minimo le spese ed offrire alla clientela prezzi competitivi. La fidelizzazione nella compagnia irlandese non può essere basata sul dialogo e sulla conversazione, giudicate evidentemente troppo dispendiose, ma su un prezzo sempre conveniente ed una massiccia capillarità delle tratte.

KLM invece ha un obiettivo chiaramente diverso, puntando alla fidelizzazione del cliente attraverso un servizio di qualità, basato su un'attenzione al cliente in real time sviluppata (anche) attraverso i canali social.

Il target delle compagnie quindi risulta essere distante, essendo il prezzo e la qualità del servizio i due spartiacque alla base della scelta del cliente finale.

Tutto ciò per dire che...

Non esiste una legge universale che indichi nel social media marketing una panacea di tutti i "mali comunicativi" delle aziende di oggi. 

E tuttavia...

E' giusto sottolineare che non esista neppure una legge universale che dimostri che lo stesso tipo di marketing sia inutile, "tutto fumo e niente arrosto" o addirittura dannoso, come qualcuno vuole farci credere. 

Il "social" è dunque una possibilità. Niente di più, niente di meno. E' questa ne è l'ennesima dimostrazione.


p.s. lo stesso vale per il social advertising


immagine in alto tratta da: http://www.flickr.com/photos/61269314@N06/


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lunedì 3 settembre 2012

Preferivo "Primi sui motori"

Sul mio profilo personale di Facebook, in questo momento, esattamente sulla colonna di destra dedicata alla pubblicità, terza inserzione partendo dall'alto...


No comment.

Anzi un piccolo commento si:

Segnala questa inserzione --> Nascondi questa inserzione --> Contenuti offensivi.

p.s. sia chiaro che il problema non è etico o politico ma di profilazione. Che magari la stessa inserzione se la fai vedere a qualcun altro è anche contento di rispondere al sondaggio.

immagine in alto tratta da: http://www.flickr.com/photos/bolex/


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