venerdì 12 settembre 2014

Chi ha formato i formatori?

In un settore in continua e nevrotica evoluzione come quello della Comunicazione Digitale, un settore diventato piuttosto appetibile poiché sembra reggere l'urto della difficile situazione economica globale molto meglio di altri, un settore che, di conseguenza, pullula da un lato di domanda di lavoro, e dall'altro di offerta di... formazione, non è facile districarsi proprio per chi sente l'esigenza di formarsi.

Dal momento che dedico costantemente una parte della mia attività proprio alla formazione, ammetto che l'argomento mi interessa molto da vicino.

Come scegliere il giusto corso di formazione in questa giungla di proposte? Come valutare la serietà e la qualità dei docenti di ciascun corso? 

Insomma, per farla breve... Chi ha formato i formatori?

Credo che sia legittimo chiederselo, proprio come ha fatto Mario a proposito del sottoscritto e di Rocco Rossitto, protagonisti insieme ad altri colleghi del progetto formativo DieciCose, format itinerante, ideato proprio da Rocco e da Add Design.
Quando leggo di “Consulenti”, gradirei sapere questo ruolo che ognuno si ricava a proprio piacere, da cosa si ricava, qual’è il livello formativo sulla base del quale ci si qualifica in tal modo. Una volta, ad un personaggio che si qualificava come “consulente immobiliare”, dissi che consulente immobiliare al massimo poteva essere il titolo di una rivista. Noto in giro un pullulare di corsi, incontri, ma trovo molti autodidatti che vanno a diritto nelle loro teorie, non giustificate spesso da alcuna base scientifica. Allora gradirei che tutti coloro che si proclamano consulenti chiarissero se hanno fatto corsi universitari, master o altro che li abiliti a certi ruoli, e solo dopo potremo aprire una seria discussione, approfondita ed utile.Altrimenti, è solo un business.

E credo anche che la risposta data da Rocco al commento di Mario faccia emergere diversi spunti importanti sulla questione (che mi permetto di evidenziare in neretto)...
Ciao Mario, ti do del tu, spero non ti incazzerai.
Sai, quel che dici è vero. Chi siamo noi per definirci consulenti? La tua domanda è legittima e soprattutto legittimo è lo scetticismo nei confronti del “pullulare di corsi” come dici tu.
Ora ti faccio una domanda. Secondo te cambia qualcosa se io scrivo che ho una Laurea in lettere moderne con 110 e lode sul giornalismo d’inchiesta o che Paolo ha una Laurea Magistrale in Scienze e Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione con una tesi su: Foursquare e Geolocalizzazione nel Social Web con voto 110 e Lode?
Probabilmente sì, per te è importante conoscere i nostri titoli di studio ed è un errore nostro non aver indicato questi aspetti.
Noi però non la pensiamo così e ti spiego perché: non sarà mai un pezzo di carta a far capire il valore del nostro lavoro, non sarà un titolo, un’iscrizione ad un albo, un certificato di competenza.
Di contro non chiediamo di partecipare ai nostri incontri sulla fiducia. Chiediamo di fare un minimo di ricerca, di seguirci sui nostri blog, di seguire quel che facciamo e raccontiamo in rete.
Si chiama reputazione on line.
Per esempio. Se tu seguissi Paolo su Twitter scopriresti che ieri e l’altro ieri è stato invitato da Vodafone Italia a parlare anche degli argomenti che tratta nei nostri incontri. Scopriresti che una grande multinazionale ha voluto ascoltare quel che aveva da dire.
Basta? No, non basta certo. Potresti scoprire ad esempio che Paolo ha uno dei blog più seguiti in Italia nel settore, che viene citato da altri colleghi, che fa corsi in giro per l’Italia (non solo con noi quindi) e soprattutto che lavora, lavora tanto.
Ecco, non metteremo mai la lista dei titoli che abbiamo o dei lavori che facciamo. Invitiamo implicitamente chi vuole partecipare ai nostri incontri a fare una ricerca per sapere chi andare ad ascoltare per farsi una idea, per capire se le persone che andranno ad ascoltare sono teorici o sono persone che ogni giorno mettono le mani nella marmellata, sbagliando anche, ci mancherebbe.
Perché quel di cui parliamo noi non è una scienza esatta. Per quella, per le formule magiche su come avere più follower o su come scrivere il post perfetto, su come avere più clienti, su come portare più traffico, per tutto questo ci sono tanti corsi in giro, come dici tu, c’è tanto “pullulare”.
Ma c’è anche tanta roba valida, validissima che noi prendiamo pure a modello. Ecco, ti do una non-notizia: il nostro mondo è come tutti gli altri mondi professionali. Ci sono cialtroni e ci sono professionisti, ci sono mediocri e ci sono quelli bravi.
Ci piace essere giudicati per quel che facciamo, non per i titoli che abbiamo.
Quindi noi ci “definiamo” consulenti perché con le aziende (piccolissime, piccole, medie, grandi e grandissime) lavoriamo, ogni giorno da svariati anni. Tra i nostri relatori ci sono professionisti affermati e stimati nel settore che spesso appaiono poco o di contro hanno molta visibilità, ti basta fare una ricerca.
Ecco questo portiamo nei nostri incontri: la nostra esperienza, il nostro sguardo “su come va il web oggi” e fino ad oggi questo è stato molto apprezzato.

Mi piacerebbe che questo post aprisse una discussione costruttiva sull'argomento e per questo vi invito tutti a dire la vostra nei commenti. D'altronde non è forse il confronto uno dei pilastri della nostra formazione?


p.s. nella prossima tappa di DieciCoseil 25 settembre a Milano Rocco ed io vi porteremo alla scoperta di Facebook Ads e del Social Media ROI. Vi aspettiamo.


fonte immagine in alto: http://www.flickr.com/photos/davidmasters/2564786205/


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venerdì 5 settembre 2014

Social Advertising: stato dell'arte, evoluzione e confronti tra piattaforme

Più di un anno fa, da queste parti, scrivevo un post di confronto tra le varie piattaforme di Web Advertising, soffermandomi soprattutto sulle possibilità di profilazione offerte da ciascuna piattaforma in quel preciso momento. Oggi la situazione è cambiata, le piattaforme si sono evolute, ed anche lo sdoganamento definitivo della pubblicità su Twitter per tutti (lo aspettavo da più di due anni!) ci permette di riprendere in mano la questione "Social Advertising" e spingerci in una serie di riflessioni e confronti.

I player del mercato aumentano ed il fenomeno risulta in crescita vertiginosa. Se fino a pochi mesi Facebook e Youtube erano le sole piattaforme ad offrire un servizio completo (e competitivo!) di advertising, oggi l'evoluzione di Twitter e LinkedIn e lo sbarco sul mercato pubblicitario di Google Plus, Pinterest, Inastagram e Tumblr dimostra essenzialmente due cose:
  • la pubblicità resta senza dubbio la forma di monetizzazione principale per le piattaforme di social networking;
  • il mercato appare florido e gli investimenti sostenuti in social advertising sembrano poter portare a ritorni effettivamente positivi per le aziende che li sostengono.

fonte: Sprinklr (clicca sull'immagine per ingrandirla)

Pubblicità per tutti. Sempre di più anche in Italia. Oggi in Italia chiunque, in 5 minuti o giù di lì, con una carta di credito ed un computer può tranquillamente cominciare a fare pubblicità su Facebook, LinkedIn, YouTube e Twitter (per Google Plus invece è necessario un minimo di fan base). Un po' più complicato al momento poter accedere alle piattaforme pubblicitarie di Pinterest e Instagram dall'Italia poiché siamo ancora in una fase di test per poche (e grandi) aziende. Ma ci siamo vicini.

Sebbene il sottoscritto abbia sempre manifestato una forte idiosincrasia nei confronti del Self Advertising (se volete sapere il perché vi rimando a questo articolo) è giusto prendere atto che la direzione è quella. Come scrive Gianluca Diegoli, parlando di Twitter e native advertising, le piattaforme sono chiamate al difficile ma indispensabile compito di farsi da garanti rispetto alla qualità della pubblicità che veicolano e, aggiungo io, rispetto all'equilibrio tra contenuti organici e contenuti sponsorizzati, evitando di "ingolosirsi" e rovinare la user experience dei propri utenti.

La profilazione è il tema più importante che gravita attorno al fenomeno. L'esigenza di distribuire contenuto (anche pubblicitario) rilevante e quindi "sostenibile" sia per il portafogli dell'inserzionista sia per l'attenzione dell'utente, risulta essere il tavolo su cui si gioca la vera partita. Una partita complessa poiché prevede la conditio sine qua non che le singole piattaforme conoscano in maniera sempre più dettagliata i propri utenti, e che affrontino la crescente consapevolezza dell'utente medio nei confronti della cessione delle proprie informazioni (interessante in questo senso tutta l'opera di "evangelizzazione" di Jaron Lanier).


Facebook si mantiene lo strumento che più a fondo conosce i suoi utenti forte dell'immensa mole di dati processati dall'open graph. L'apertura totale al retargeting e la possibilità di usufruire delle audience insights (tool disponibili a tutti anche in Italia) ha probabilmente rafforzato le possibilità di ritorno sull'investimento della piattaforma, tenendo anche presente i problemi legati alla continua diminuzione della portata organica dei contenuti pubblicati dalle pagine.

Youtube si mantiene un ottimo strumento, frutto della sua perfetta integrazione nel circuito di Google Adwords, anche se l'utilizzo prevalentemente main stream che ne fanno gli inserzionisti (soprattutto i grandi brand) risulta "molto televisivo" e molto poco adatto ad un pubblico che non è più disposto ad accettare pubblicità completamente prive di rilevanza.

Interessante notare lo sviluppo delle possibilità di profilazione offerte da Twitter che oltre al retargeting e alla profilazione per interessi (followers di un determinato utente o appartenenti ad una determinata categoria) ha implementato delle interessanti opzioni che riguardano la profilazione di chi è alla ricerca di una determinata notizia (keyword targeting) e soprattutto di chi sta seguendo un programma televisivo e ne sta "cinguettando" online, opzione davvero interessante per tutte le dinamiche commerciali legate al doppio schermo.

Niente male invece le opzioni offerte da Linkedin, per quanto riguarda la sfera professionale dell'utente. Si va oltre gli interessi grazie alla possibilità di targeting dei ruoli specifici ricoperti in azienda (oltre che dei settori) e delle attitudini professionali riconosciute. I costi apparentemente proibitivi (si parte da un'offerta di 2€ per click) possono essere mitigati da una campagna ben strutturata ed ottimizzata ed essere sostenibili per l'acquisizione di contatti destinati ad uno scontrino medio importante (siamo naturalmente in ambito B2B).


Un ultima riflessione infine va condotta sull'evoluzione degli strumenti di monitoraggio e reportistica delle attività pubblicitarie. In questo senso tutti si stanno muovendo per fornire agli inserzionisti la possibilità di andare oltre le vanity metrics, per soffermarsi sulle metriche "economiche". Passo che denota essenzialmente da un lato l'aumento di consapevolezza degli stessi inserzionisti (alleluia!) e dall'altro la bontà del possibile ROA (return on advertising) di tutti questi strumenti.


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lunedì 11 agosto 2014

I Social Media e tutte quelle strade che portano a... Roma

Lo ammetto. Durante le ferie non sono riuscito a staccare completamente la spina. Diciamo che non ho praticamente mai lavorato eppure, soprattutto per diletto, ho cercato di scoprire nuove fonti di informazione ispiratrici per la mia attività professionale.

Amber Naslund è sicuramente una di queste scoperte. Ho letto alcuni dei suoi articoli sul Digital Marketing e nello specifico sugli obiettivi "reali" del Social Media Marketing.

Uno degli articoli mi ha colpito particolarmente per la schiettezza con cui, in pochi paragrafi, Amber riesca ad esprimere una serie di riflessioni definitive sulla questione, andando dritta al punto.

Ho pertanto deciso di renderle omaggio cimentandomi in una traduzione libera del suo post. Credo che ne valga davvero la pena, anche se naturalmente vi consiglio di leggerlo nella versione originale. Buona lettura e aspetto la vostra opinione nei commenti.


C'è qualcosa di importante di cui rendersi conto una volta per tutte riguardo i touchpointspesso chiamati in causa quando si parla di web e di business.

Sempre più spesso, a chi ci chiede il perché della nostra partecipazione (aziendale) sui Social Media, rispondiamo evidenziando una serie di obiettivi, tra cui i seguenti:

Brand Awareness
Engagement
Costruzione di relazioni
Fiducia
Leadership
Fidelizzazione

Sebbene questi possano essere tutti correttamente definiti come "obiettivi", non possiamo avere la presunzione di additare nessuno di questi come un obiettivo realmente primario.

Possiamo invece indicarli come tappe di un percorso in direzione dell' unico vero obiettivo: la crescita del business determinata dal fatto che le persone scelgano noi piuttosto che qualcun altro.

Quindi brand awareness, community, relazioni... sono sicuramente ottime cose in sé e per sé. Ma se ci si ferma li, non si può disporre di un business redditizio o quantomeno sostenibile. Vanno pensati piuttosto come nodi di una rete simbiotica: sono tutti carichi di enormi potenzialità ma solo quando sono integrati e si influenzano reciprocamente per creare qualcosa di più grande, le riescono ad esprimere a pieno.

Anche se (chissà per quale motivo poi) spesso cerchiamo di ometterlo, il nostro vero unico obiettivo è quello di sostenere economicamente le nostre organizzazioni (anche in caso di no profit!), in modo da poter perseguire i nostri scopi.

Ciò significa solo e soltanto una cosa: ci devono essere entrate economiche.

Entrate che significano beni e risorse che ci permettano di fare di più di quello che facciamo, come per esempio creare un nuovo prodotto o distribuire un nuovo servizio.

Non possiamo creare niente di valore senza avere il capitale con cui costruirlo.

Sebbene di per sé la popolarità del marchio sia qualcosa di estremamente importante, da sola non porterà nulla. E' molto chiaro che, il brand può anche essere popolare, ma se le persone non lo comprano, e non consigliano neppure ad altri di farlo, la popolarità resta fine a se stessa e priva di alcun valore. Insomma, la riconoscibilità del marchio è uno dei mezzi, ma il fine ultimo dev'essere per forza l'azione.

Succede qualcosa di simile anche con il concetto di community. Costruiamo community per costruire fiducia. Costruiamo fiducia per dimostrarci più validi del ragazzo in fondo alla strada. Vogliamo dimostrare questo valore a tal punto che nel momento in cui ci sarà da "fare business", chi si fida di noi lo farà con noi e magari finirà per diventare nostro portavoce anche con altre persone.

E cosa dire del concetto di leadership? Vogliamo far emergere le nostre competenze così da poterci distinguere da chi fa le nostre stesse cose, nella speranza di dimostrare di vedere più chiaro e più distante degli altri. Lo facciamo perché vogliamo che quando qualcuno decide di darci i suoi soldi, lo faccia convinto di aver fatto un investimento.

Non bisogna sentirsi in difficoltà e tanto meno in colpa nell'ammettere di voler costruire community e coltivare relazioni in modo che il network plasmato sulla base di affinità e valori porti benefici al proprio business. In realtà tutto ciò è vitale. Ed è giusto così.

E non bisogna fare l'errore di interpretare quello che sto dicendo come un "i social media devono unicamente generare vendite altrimenti non servono a nulla". Sarebbe troppo semplicistico.

Quello che dobbiamo fare in questo momento è creare molti più percorsi di conversione verso l'obiettivo finale, con molti più "punti di rassicurazione" durante la strada. Dobbiamo creare uno strato più fitto di punti di contatto (touchpoints) che permettano anche all'eventuale transazione economica di essere percepita come una conclusione naturale di un percorso e, perché no, come un lieto fine.

E' da ingenui pensare di costruire community per il bene stesso degli utenti che ne fanno parte. O "relazioni" per il loro stesso valore intrinseco. A meno che non si stia facendo tutto ciò senza la benché minima speranza di racimolare un nichelino per la propria organizzazione, o con l'idea di finanziare il bilancio sempre e comunque aprendo il proprio portafogli.

Le relazioni sono davvero preziose. E ci sta anche volerle semplicemente perché sono appaganti, ci mancherebbe. Ma in un contesto aziendale, il rapporto deve andare oltre e portare a qualcosa di concreto che ti permetta di costruire, di accelerare, di guadagnare. E tutti i punti di contatto attivabili sul web in maniera coordinata sono proprio perfetti per raggiungere questo scopo.

Tutte le strade insomma "portano a Roma". O almeno dovrebbero farlo.

E' il momento di ammetterlo senza la minima remora e cominciare a pianificare le strategie di social media marketing di conseguenza.


Fonte immagine: https://www.flickr.com/photos/91324153@N00/3541589541



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giovedì 7 agosto 2014

Se il percorso di conversione funziona ma l'acquisto non arriva

Un acquisto, anche online, non può prescindere dalla consapevolezza di avere un bisogno da colmare, dall'esistenza, conoscenza e disponibilità di un servizio/prodotto in grado di colmarlo, e dalla volontà e possibilità, tendenzialmente economica, di farlo.

Eppure qualche volta capita che, nonostante tutte queste condizioni siano soddisfatte, l'acquisto "salti" procurando danni sia per l'ex potenziale cliente sia per l'azienda.

I motivi sono vari e spesso imprevedibili eppure credo sia giusto non affidarsi totalmente al destino e cercare in qualche modo di anticiparli o comunque prepararsi a gestirli.

Un piccolo episodio accadutomi al rientro dalle ferie mi ha aperto gli occhi sulla questione. Lo riassumo schematicamente di seguito, senza tanti fronzoli. Poi ci si riflette su...

Dove: aeroporto di Nizza, terminal arrivi.

Quando: qualche giorno fa (fine Luglio) con condizione meteorologica di caldo afoso.

Bisogno (impellente) da soddisfare: dissetarmi.

Disponibilità di prodotti per soddisfare il bisogno: si, una serie di distributori automatici di bevande fresche, posizionati nel terminal all'interno di una zona apposita, con costi elevati ma ottime possibilità di selezione del prodotto desiderato.

Volontà e possibilità economica di acquistare: si.

Acquisto Effettuato: nessuno, nonostante ferma volontà di colmare il bisogno.

Cosa è successo: dopo aver, nell'ordine...

1) individuato la possibilità di colmare il bisogno (area distributori automatici)
2) denotato l'ampia disponibilità di prodotti e scelto quello prediletto (una lattina di te freddo)
3) deciso, non senza qualche remora, di acquistarlo nonostante un prezzo spropositato (non dimenticate la mia origine genovese!)

... sono tuttavia rimasto a bocca asciutta a causa del malfunzionamento di tutti i distributori dell'area (eccetto quelli delle bevande calde, a proposito di beffe!): non c'è stato verso di inserire nessuna tipologia di moneta e/o banconota che venisse accettata dalle macchinette. Qualsiasi cosa decidessi di immettere, mi veniva subito rispedita indietro nella bocchetta sottostante. Nessuna erogazione. Nada de nada. Né per me, né per chiunque altro (sono rimasto nei paraggi per almeno 10 minuti a "godermi" il ripetersi della scena).

Stato d'animo: (si può dire?) incazzato. Oltre che sempre più assetato.

Naturalmente, in tutto ciò, nessunissima segnalazione del guasto multiplo.

Problema tecnico! Cose che succedono! direte giustamente voi. E che c'entra tutto ciò con il percorso di conversione e sopratutto con la comunicazione online? aggiungerete magari anche un po' spazientiti da tutta questa tiritera. E invece riflettiamoci su, concentrandoci sul Web...

La strada che compie un utente dal momento in cui entra in contatto con un servizio/prodotto (anche passivamente) fino a quando decide di compiere l'azione "massima", ovvero comprarlo, è molto raramente semplice, breve e lineare (pensate al customer journey del sottoscritto nell'esempio, applicabile a buona parte degli acquisti di impulso!). Molto più spesso si tratta di un percorso lungo, tortuoso, pieno di passaggi non lineari, di andirivieni, di ripensamenti. E quindi sofferto.


Se, per esempio, sono stato "intercettato" attraverso contenuto di qualità distribuito magari tramite advertising su Facebook, sono approdato su un blog in cui ho approfondito le informazioni di cui avevo bisogno, ho cercato conferme sulla bontà del servizio/prodotto che soddisfaceva il mio "nuovo" bisogno su Google, ho deciso addirittura di compilare un form per chiedere un preventivo... non è per niente bello non ricevere più notizie dall'azienda e risposte alla mia richiesta. Eppure (mi) capita.

Se, per esempio, ho scelto un vestito dopo un attento studio del catalogo online di un marchio che mi ha colpito per la bellezze dei suoi capi d'abbigliamento, visti per la prima volta su uno stiloso banner dinamico, dopo aver individuato colori, taglie e formati e dopo essermi convinto che, nonostante un prezzo non proprio accessibilissimo, vale la pena comprare.... non è per niente bello "atterrare" su un carrello dell'ecommerce che non da segni di vita. Eppure (mi) capita.

Sedotto e abbandonato, mi verrebbe da dire.

E la "sofferenza" del percorso e del suo mancato compimento non può che essere direttamente proporzionale all'insofferenza che si genera nei confronti dell'azienda. A quel punto sarà molto difficile recuperare la mia fiducia (ed i miei soldi).

Morale della favola?

Gli errori umani ed i guasti tecnici esistono, e ci mancherebbe non fosse così. Eppure io, un paio di consigli alle aziende mi sento comunque di darli, che non si sa mai...

Prima del lancio di qualsiasi tipo di campagna promozionale controllare 10, 100, 1000 volte che quanto pensato strategicamente funzioni perfettamente a livello "tecnico". Se c'è un ecommerce il carrello deve funzionare. Con tutti i browser. Se un prodotto è dichiarato disponibile lo devo poter acquistare. Se c'è scritto che posso pagare con Paypall, devo poter pagare con Paypall. Se c'è una landing page per raccogliere le richieste di contatto, ci dev'essere qualcuno (persona) che le controlla e che risponde in tempi accettabili, o qualcosa (macchina) che automaticamente manda quanto richiesto. E tutto ciò deve funzionare. Insomma, prima di spendere in comunicazione e pubblicità, si spenda per sistemare le modalità di distribuzione del prodotto.

Se qualcosa si guasta o qualcuno si sbaglia, tocca intervenire. Subito, non dopo 10 giorni. Fermare la pubblicità, attivarsi per comunicare il disservizio e rassicurare chi potrebbe incappare in questa situazione infelice. Se sono già stati fatto dei danni, scusarsi e cercare di recuperare il rapporto, anche con un risarcimento se necessario. Tenere le "orecchie" aperte perché spesso non si scopriranno direttamente eventuali malfunzionamenti ma saranno proprio i clienti (o quelli che stanno cercando di diventarlo!) a segnalarli. Se si sta sul pezzo, si sta tranquilli.

O dico male?


Se ti interessa l'argomento "percorsi di conversione" ti invito a leggere questi post:

- Da (non) fan a cliente: percorsi di conversione su Faceook
- I Social Media fanno vendere? La risposta definitiva!
- Facebook può aumentare le conversioni provenienti da Google?
- Facebook aumenta le conversioni da Google? Altre due ricerche confermano
- Ma davvero tutto quello che sai sul Social Media Marketing è sbagliato?



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venerdì 20 giugno 2014

Il triangolo per la sopravvivenza dei contenuti aziendali distribuiti online

Qualche giorno fa ho letto con estremo interesse un articolo degli amici di Web In Fermento (sempre sul pezzo, seguiteli perché ne vale la pena!) che fornisce un modello piramidale di pubblicazione dei contenuti per strategie SEO e Social Media tenendo presente tematiche, tempistiche, costi ed efficacia.


Mi occupo spesso di piani editoriali e strategie di content marketing aziendale e credo che, dal punto di vista delle categorie di contenuto, si possa semplificare ulteriormente il modello arrivando a definire una sorta di "triangolo della sopravvivenza" per i contenuti aziendali distribuiti online.

Semplificando al massimo, i problemi principale che hanno le aziende quando intraprendono la strada della comunicazione online sono d'altronde sostanzialmente due:

1. la difficoltà nello smettere di "parlare" solo ed esclusivamente di se stesse e di quanto sono belle, brave e leader del proprio settore, tutte cose di un'altra epoca che conducono, quando va bene, dritte dritte all'invisibilità.

2. maturare la consapevolezza che i propri contenuti non andranno a competere per l'attenzione delle persone solo con quelli dei competitor, come avveniva nell'epoca di cui parlavamo sopra, ma con una marea di contenuti, di tutte le tipologie, prodotti in grande maggioranza da altre persone e quindi tendenzialmente più degni di fiducia (pensate in questo senso al vostro newsfeed di Facebook).
    Per risolvere questo piccolo dilemma basta farsi un'unica, piccola e se volete anche banale domanda: 

    quali bisogni soddisfano veramente le persone attraverso il (Social) Web?

    E darsi una risposta.



    Ed ecco che il "triangolo della sopravvivenza" prende chiaramente forma (ed un suo utilizzo dovrebbe essere previsto in ogni piano editoriale che si rispetti!).






    Divertente: non dimenticatevi che uno dei primi motivi di utilizzo di Internet (e sicuramente il primo dei Social Media!) è il cazzeggio. Possiamo girarci intorno quanto vogliamo, ma oggi le aziende se vogliono essere notare devono fornire contenuto divertente, accattivante, che colpisca, emozioni, faccia ridere (o eventualmente piangere).

    Utile: le persone su Internet cercano informazioni ancora prima che servizi/prodotti per colmare i propri eventuali bisogni. Diventare un punto di riferimento per le informazioni legate al proprio settore è un bel colpo dal punto di vista della reputazione. E oggi la reputazione se non è tutto, è tanto. Non solo. Quando le persone cercando un'azienda su Internet? Tendenzialmente quando hanno un problema e hanno bisogno di una soluzione rapida ed efficace per risolverlo. Riuscire ad anticipare gli eventuali problemi dei propri clienti (o potenziali tali) ed andare oltre al semplice customer care può fare la differenza.

    Vantaggioso: Internet, ovvero il regno della disintermediazione, spauracchio di tanti "vecchi" settori (chiedete agli assicuratori che cosa ne pensino dei comparatori di prezzi online...) deve sicuramente una buona parte dei suoi sviluppi e delle sue fortune proprio alla questione "prezzi". Eppure quando parlo di "vantaggioso" non mi riferisco solo ed esclusivamente a sconti e promozioni da veicolare (anche) online ma a strategie più complesse che mettano la persona al centro del mondo aziendale. D'altronde sebbene la parola sulla bocca di tutti sia "social", ciò che emerge con prepotenza nella collettività è paradossalmente l'egoismo individuale ed il bisogno di appagarlo, ancora meglio se all'interno di una comunità di persone che si riconoscano come affini per interessi e peculiarità.


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    mercoledì 18 giugno 2014

    Social Media Analytics: due cerchi rossi sul mio calendario

    Ti avviso subito: questo è un post che parla di cose "mie". Se hai la pazienza e la voglia di arrivare fino in fondo e ti interessa l'argomento Social Media Analytics, ti aspetta anche una piccolissima sorpresa...

    Tutto il tempo dedicato allo studio del complesso fenomeno Social Media ROI, ampiamente testimoniato dall'intervento tenuto in Dicembre a BTO2013 in compagnia di Giorgio Soffiato, dal mini ebook pubblicato alla fine dello stesso mese (giunto a quasi 1.500 download) ancora scaricabile gratuitamente online e dal bel podcast che è venuto fuori da una lunga chiacchierata (45 minuti circa) con Beatrice Nolli e Franz Russo sul tema, continua a dimostrarsi ben speso.

    Le occasioni di divulgazione dell'esperienze personali e quelle di confronto con i colleghi del settore si susseguono e questa volta in due modalità molto diverse, a cui tengo particolarmente.

    Il 26 Giugno sono stato invitato a Milano al primo Emetrics Summit in Italia, in qualità di speaker in un panel "a quattro voci", in cui Claudio Gagliardini, Riccardo Scandellari ed il sottoscritto avranno la fortuna di essere moderati dalla bravissima Miriam Bertoli a proposito di Social Media Analytics.

    Si preannuncia una bella occasione di confronto su un palcoscenico universalmente riconosciuto come estremamente pragmatico. Tutte le informazioni sulle modalità di partecipazione le trovate sul sito.

    L' 8 Luglio invece ho l'onore di "ospitare" a Genova la prima tappa verticale di Dieci Cose, il "fortunato" format creato da Rocco Rossitto e dalla mitica banda catanese di Add-Design. In un'intera (e intensa!) giornata di formazione, Rocco ed io avremo il tempo di sviscerare a livello teorico e pratico due temi davvero caldi: Facebook Advertising e il Social Media ROI.


    Anche in questo caso trovate tutte le informazioni sul sito dell'evento. Io da buon genovese vi dico solo che se vi iscrivete entro il 24 di Giugno spendete sensibilmente di meno.

    Dal momento che non sono solito comporre post totalmente autoreferenziali come questo (lo ammetto!), come promesso, lascio ai coraggiosi che sono arrivati fino in fondo un interessante articolo che si sofferma sulle differenze di attribuzione delle conversioni tra Google Analytics ed il Conversion Tracking di Facebook. Qui ne copio un pezzo secondo me davvero significativo. Se volete ne discutiamo anche senza aspettare i due eventi... ;-)
    (...) For example, if a person sees and clicks on a Facebook ad on Wednesday on their mobile device, but then visits the seller’s website directly on Friday from their desktop computer AND makes a purchase, Facebook still attributes the conversion back to that person when they clicked on the ad using their mobile device. In fact, 67 percent of users begin shopping on one device and continue on another.
    Google Analytics, however, would attribute the same scenario as two unique site visitors—one from Facebook on Wednesday who didn’t convert, and one directly on Friday who did, thus counting two visits instead of one person. I believe Google Analytics provides an imperfect view by measuring purely linear, or click-based, conversions. In other words, only when a user sees an ad, clicks on it, and immediately makes a purchase. In truth, the path to purchase is much more complex with mobile, desktop, laptop, and tablet options all playing possible roles.(...)  


    Tratto da "The truth about Facebook attribution"

    fonte immagine in alto: https://www.flickr.com/photos/andy_in_tokyo/3052264501



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    giovedì 12 giugno 2014

    Perché c'è tanto (ma tanto!) bisogno di fare cultura sul social marketing

    Siamo professionisti della Comunicazione Digitale e facciamo un lavoro molto bello. Sfido chiunque a negarlo. D'altronde siamo spesso a contatto con una miriade di menti brillanti, di aziende che guardano comunque avanti, in settori spesso permeati allo stesso tempo di vivacità e di storia, magari impegnati a cercare di far emergere la tradizione anche attraverso l'innovazione. Bello no?

    Eppure c'è qualcosa che costituisce una parte fondamentale del nostro lavoro che la maggior parte dei professionisti di altri settori può permettersi di tralasciare, o perché non ce ne sia effettivamente bisogno, o perché ci sia qualcun altro che se ne occupa: educare.

    Fare cultura. Ogni singolo giorno. Praticamente una missione.

    E perché ci tocca?

    Perché dobbiamo costruire gli anticorpi ad una professione ancora troppo vulnerabile, vittima della sfiducia di chi ha affrontato esperienze negative nel passato (praticamente il 99% delle aziende che mi contattano), ferite ancora aperte soprattutto quando a sanguinare è stato il portafogli . Ferite inferte (più o meno consapevolmente) da chi ha sfruttato le "deboli barriere" all'ingresso per giocare da abile mestierante con la scarsa consapevolezza di chi si trovava di fronte. Che nel migliore dei casi è rimasto con una manciata di like in mano e poco altro. Valore... 0.

    Fare cultura. Farne sempre di più. Per evitare che sedicenti esperti possano andare in giro a dire idiozie. Idiozie come quelle da cui mette in guardia nel suo articolo Veronica.

    Idiozie come questa, che vi propongo di seguito, che mi è toccato sentire proprio da chi si stava mettendo in gioco con tanta passione sulla materia, approfondendola non senza sacrifici (quantomeno economici) in un master, forse anche per capire se quello che andavano dicendo in azienda (nelle mani del sedicente cialtrone di turno) fosse solo strano o proprio assurdo.



    Cose che fanno capire che di cultura sul social marketing ce n'è tanto bisogno. Ma tanto davvero.

    E quindi... rimbocchiamoci le maniche.


    fonte immagine in alto: https://www.flickr.com/photos/mugley/2594318333

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